1.8.16

Western Stories


Una collana regolare di romanzi wester in edicola non si vedeva da parecchio (a parte il tentativo della Cosmo di qualche anno fa, durato appena una manciata di uscite). Mi sembra evidente che tra cinema, fumetti, televisione e letteratura, il genere stia vivendo, da qualche anno, una nuova giovinezza (ma senza esagerare). La Gazzetta quindi ne approfitta e da domani, 2 agosto, piazza in edicola questo nuovo collaterale, Western Stories:
"Una collezione di storie indimenticabili, dedicata a tutti gli amanti del mitico e selvaggio west. Grandi romanzi, per immergersi in un’atmosfera unica, tra indiani, pionieri, sceriffi e sparatorie all’ultimo sangue. Pubblicazioni uniche e introvabili, capolavori della letteratura western degli anni ’70, rivedranno la luce, per catapultare vecchi e nuovi appassionati nella frontiera più ostile e selvaggia. Carica la tua rivoltella e preparati al duello di Western Stories".

La collana è composta da 30 volumi (ognuno dei quali costerà 5,90 euro) e tra le prime dieci uscite ci trovi quegli scrittori che hanno elevato il western a genere letterario nelle decadi passate, da Zane Gray a Ernest Haycox, da Louis L'Amour a Gordon D. Shirreffs, da Lewis Byford Patten a Hunter Ingram.

L'esperimento, insomma, mi sembra interessante. Anche se personalmente non gradisco il richiamo forzato del primo volume (che urla al lettore di Tex) e quel tipo di illustrazioni un po' sempliciotte e dai colori fosforescenti (ed è un peccato, perché la grafica invece è abbastanza adeguata).

Se ti interessa, qui trovi il sito dedicato alla collana con alcune informazioni (ma sempre meno di quante te ne ho date io).

29.7.16

Trailerùme

L'ultima San Diego Comic-Con deve essere stata tutta un tripudio di miccette e colori per gli aficionados delle nuvolette parlanti, visto che proprio lì hanno trasmesso in anteprima un pacco di trailer nuovi di zecca dedicati, ovviamente, alle produzioni legate al mondo dei comics.

Da una parte i due più recenti e prossimi cinefumettoni DC Comics/Warner Bros: il primo trailer ufficiale della Justice League, con un Bruce Wayne davvero simpa (che dio ce ne scampi) che se ne va in giro a reclutare gli amichetti di sbronza (l'unica cosa degna di nota sembra la natura selvaggia di Aquaman) e il primo di Wonder Woman che in quanto ad ambientazioni e scene d'azione potrebbe anche risultare interessante (ma non ci metterei la mano sul fuoco).




Dall'altra, le solite super produzioni Marvel, questa volta con un briciolo di ironia in meno (o almeno sembra). Parliamo del secondo trailer del Doctor Strange (io incrocio le dita perché dalle scene che si vedono qui, a parte quelle "ispirate" ad Inception, sembra ci abbiano lavorato parecchio di fantasia) e di quelli delle serie tv targate Netflix, The Defenders (poco più di un teaser), Luke Cage (anche qui sembra esserci qualcosina di interessante) e Iron Fist (troppa poca roba per farsi anche solo un'opinione iniziale).




E di tutta questa roba, poco o nulla mi interessa (a parte Strange). Le news che sto seguendo con più interesse sono quelle legate alla serie tv della FX Productions dedicata a Legion (alias David Haller, figlio del professor Xavier afflitto da qualche "disturbo" mentale), tratta da un bel ciclo a fumetti di qualche anno fa (X-Men: Legacy, scritto da Simon Spurrier e disegnato da Tan Eng Huat, di cui ti avevo parlato brevemente qui).

Perché mi interessa? Per un terzetto di motivi buoni.
Motivo buono numero 1: guarda il trailer e dimmi se non sembra la roba più succulenta di questa intera infornata (a me sembra meraviglioso).
Motivo buono numero 2: non devono esserci per forza (e infatti NON ci sono) persone che indossano mutandoni e mantelli.
Motivo buono numero 3: sceneggiatore e produttore della serie è Noah Hawley, il genio dietro la serie tv Fargo. E tanto dovrebbe bastare.


28.7.16

Due alla vota, come se uno non bastasse

Tra ieri e oggi il mondo del fumetto piange la dipartita di due grandi Maestri.


Il primo è Jack Davis, immenso talento grafico noto soprattutto per i suoi lavori su MAD Magazine e sulle serie della EC Comics (Tales from the Crypt su tutte). Se non sia chi sia, inutile che ti stia a citare pezzi della sua sterminata carriera o quanto sia diventato negli anni un punto di riferimento per tanti cartoonist. Basta farti un giro su google immagini e hai risolto.
Fortunatamente per lui, si è spento seneramente (sembra) all'eta di 92 anni.


Il secondo è il grandissimo Richard Thompson che, notizie di poche ore fa rilasciate direttamente dal suo blog, sembra se ne sia dovuto andare all'età di 58 anni per complicazioni legate al Morbo di Parkinson che gli fu diagnosticato già nel 2009. Oltre ad essere un fine illustratore per il New Yorker e per il National Geographic, Thompson era noto soprattutto per la sua bellissima striscia, Cul de Sac, fino a qualche tempo fa periodicamente pubblicata anche in italia sulle pagine di Linus.

Tanta pace a loro.

27.7.16

Klon

Per il terzo speciale a colori della collana Le Storie, due parole vale proprio la pena spenderle. Klon, questo il titolo, è una storia di fantascienza che vede come autore unico il grande Corrado Mastantuono, che solo soletto se lo è scritto, disegnato e colorato.

Che peccato, viene subito da pensare, che un lavorone del genere (chissà tra tutte le fasi di realizzazione quanto ci ha lavorato effettivamente Mastantuono) sia destinato a finire il proprio cerchio vitale in un mesetto o poco più.
Lo impone ovviamente la ferrea legge dell'edicola, ok, però è davvero difficile non pensare a quanto lavoro ci sia voluto.
Magari in Francia avrebbe goduto di maggiore attenzione (e non parlo di numeri), meritandosi forse anche una cover firmata dal suo stesso autore. Non me ne voglia il grande Maestro Aldo Di Gennaro, ma non ho mai capito questa cosa di dover far firmare tutte le cover ad un unico copertinista, quando per sua stessa natura la collana Le Storie ospita appunto autori diversi per ogni numero (in realtà un motivo c'è e ovviamente lo conosci anche tu: si fa per dare un senso di continuità alla collana, in modo da appagare il collezionista testa di legname che proprio non riesce ad uscire da certi meccanismi).


Poi magari sbaglio io e la Bonelli, che grazie a Dio ormai è avvezza a certi ragionamenti, lo ristamperà in un bel cartonato destinato a fumetterie e librerie di varia. E tutto questo per dire che Klon merita di essere letto per l'impegno profuso, insomma, ma non solo per quello.

Ambientata a Roma in un prossimo futuro freddo e tecnocratico, la storia narra le vicende di Rocco Basile, programmatore interfacciale che, come tanti altri, ha problemi a stare in riga e tenere a bada i primi segni di una schizofrenia incipiente. La vita di Rocco cambia repentinamente quando diventa testimone di un sanguinoso omicidio dal quale scampa per miracolo. Da qui si ritroverà al centro di una grossa e pericolosa cospirazione globale in cui è in gioco il futuro di milioni di persone.


Sui disegni è superfluo discutere. Mastantuono è un autore, un Maestro, di caratura internazionale. Sui colori, forse, avrebbe giovato un trattamento più accurato e ricco (per quanto piatto, però, il lavoro sulla scelta delle palette è molto buono).
Insomma, se in casa hai degli scaffali su cui ci tieni tanti bei fumetti, Klon dovrebbe essere lì da qualche parte.


25.7.16

Up & Up


I Coldplay non mi piacciono più da parecchio tempo. Ricordo con molta nostalgia i loro primi due album, Parachutes e A Rush of Blood to the Head, perché quel tipo di musica arrivò nel momento giusto, in un contesto storico musicale bisognoso di novità (anche se all'epoca la Dave Matthews Band aveva già esplorato quei temi in lungo e in largo).
Dal terzo album cominciai a trovarli estremamente ripetitivi. E da allora non li ho più seguiti. Spesso anzi, se li beccavo in radio cambiavo stazione senza nessun interesse.

Ultimamente mi sono anzi chiesto come sia stato possibile che una band che sia partita da un pezzo come Trouble sia arrivata a Hymn for the Weekend, che è si nota in tutto il globo (è quella dove strepitano "oooàààà oooàààà"), ma che personalmente reputo un pezzo davvero svilente per chi, come loro, ha iniziato cercando di tracciare uno stiloso percorso musicale.

L'altro giorno, però, svaccato a quattro di bastoni davanti alla tv, mi è capitato di vedere per la prima volta il video di Up & Up, pezzo aggraziatino e simpatico, sempre nelle loro solite corde, ma con echi e rimandi alle loro primissime sonorità. Il pezzo non è male, insomma, ma è l'atmosfera del video ad avermi colpito davvero parecchio. Sono rimasto a guardare ammutolito per tutti e quattro i minuti, facendomi trasportare dal senso di nostalgia che sprigiona potente. Eccotelo qui.


22.7.16

Mad Men, le stagioni dalla cinque alla sette e fine


Circa un mesetto fa, qui, ti ho parlato di come le prime quattro stagioni di Mad Men mi avessero messo più o meno di buon umore. Mentre scrivevo, in realtà, ero già a metà della quinta e oggi, dopo una run a tappe forzate, ho visto tutto ciò che  rimaneva da vedere.

In giro avevo spesso letto di come l'ultima stagione, la settima, si fosse arrogata il diritto di essere una delle migliori chiusure nel campo delle serie tv. E la cosa, in effetti, è abbastanza probabile.
C'è però da fare una premessa. La quinta e la sesta stagione hanno di fatto offuscato quanto di buono avevo visto fino a quel momento. Si è trattato di un paio di cicli di episodi noiosi, morbosi e tirati per le lunghe. E' stata messa a dura prova anche la mia proverbiale ostilità per l'incoerenza, dove tutta una serie di personaggi sembravano aver dimenticato la propria crescita individuale e le proprie esperienze, per esibirsi in comportamenti al limite del realistico, impegnati com'erano in dialoghi assurdi e spesso privi di senso, scene senza mordente, quando non addirittura futili da un qualsiasi punto di vista, in un tragicomico quotidiano che sembrava non poter essere diverso da una contrita telenovela argentina.


Ovviamente sto anche esagerando (sai che mi piace farlo). Di cose buone ce ne sono state, ma per la maggior parte del tempo ha prevalso in effetti la noia accompagnata dalla silenziosa, mesta speranza che gli autori prendessero finalmente una direzione. La lezioncina profumata e leziosa da buon autore televisivo viene sciorinata ad ogni episodio, per carità, ma la trama principale subisce gravi flessioni mostrando dei protagonisti distrutti e consumati dalla vita senza un motivo apparente (a volte la cosa è voluta in modo da mettere sotto le luci qualche deplorevole carattere, ma a volte no).
In particolare la storia di Don Draper, quella dalla sua adolescenza alla giovinezza, che pure qui è il motore principale di tutta la serie, si defila dopo qualche sporadica scenetta che vuole raccontarci una vita drammatica meno drammatica di quanto si prefigge di farci credere.


Nonostante questo, e granzie a Dio, è poi arrivata la settima e ultima stagione dove si è tolto il vino dal decanter e riempito il bicchiere. Le cose hanno cominciato a respirare verso una direzione ben precisa e i personaggi principali sembravano aver subodorato la strada lastricata che li avrebbe portati tutti, eccitati e nervosi, verso l'inevitabile finale.
Per inciso, non sono mancati anche qui dei momenti di noia, ma siamo ben lontani dalle precedenti due stagioni.

Il finalissimo di coda (in cui un ruolo tutt'altro che marginale lo gioca la McCann Erickson, agenzia di pubblicità fondata nel 1902 e ancora oggi esistente) è in effetti una lezione di grande televisione, anche se diversi nodi, voluto o meno che sia stato, non sono venuti al pettine.
Gli ultimissimi secondi dell'ultimo episodio, in particolare, piacerebbero a chiunque. A chi ha avuto a che fare con il mondo della pubblicità e affini, ha addirittura lasciato una sensazione di vuoto mista a nostalgia. Perché accade che si accende una scintilla come se ne accendono una o due nell'arco di un'intera vita. Con tanto di sorpresona finale che un po' di brividi li mette. Ma che ci fa anche capire che poco o nulla cambierà. Perché per quanto il buonismo popolare voglia farci credere il contratio, le persone NON cambiano. Al limite evolvono (in meglio o in peggio, sta solo a loro deciderlo).


Alla fin fine si, mi mancherà Don Draper ma anche Peggy Olson, Roger Sterling, Joan Holloway (che pure a sprazzi ha rappresentato, insieme alla seconda moglie di Don, il personaggio più bersagliato in quanto ad incoerenza) e anche qualcun altro. Forse addirittura Pete Campbell, guarda.

Ma più di tutti mi mancherà Stan Rizzo, art grafico della Sterling Cooper, personaggio secondario ma meglio strutturato di tanti altri, perché è divertente e cinico, ma nei limiti consentiti dal buon senso. Silenzioso, taciturno e un po' musone, Stan è un tipo riservato solo all'apparenza, illuminato da improvvise scintille guascone e tanta voglia di sfottere. 
Mi ha sempre fatto ridere, anche quando agli altri diceva poco. Fino a scoprire (segretamente suggeritomi da mia moglie) che probabilmente mi assomiglia. E non poco. Forse parecchio.

Forse anche fisicamente c'è qualche accenno di somiglianza. Molto alla lontana.

Alla fine di questo viaggio, per quanto ci siano stati gli inevitabili alti e bassi (forse con due o tre stagioni in meno, la serie ci avrebbe guadagnato), la sensazione è quella di aver fatto parte di un viaggio interessante che varrà la pena di ricordare con una punta di nostalgia. E gli anni '60 e '70 fanno parecchio, in questo senso. Anche se, devo ammetterlo, mi sarebbe piaciuto che le ambientazioni fossero state congelate ai primissimi episodi, alla fine di quei meravigliosi (per certi versi e non per altri) anni '50.

Secondo wikipedia, lo scorso primo giugno Don Draper avrebbe compiuto la bellezza di novant'anni tondi tondi. E io mi sono sorpreso a chiedermi che cosa starebbe facendo oggi, se fosse ancora vivo.








20.7.16

Legend


Davvero non si capisce perché film come questi passino in sordina, a favore delle roboanti e vuote produzioni hollywoodiane. Nemmeno ricordavo fosse passato al cinema, l'anno scorso.

Legend è un film scritto e diretto da Brian Helgeland (sceneggiatore e/o regista, tra le altre, di pellicole quali Payback - La Rivincita di Porter, L. A. Confidential, Mystic River, Man on Fire e The Bourne Supremacy), tratto dal libro del 1972 The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins di John Pearson.
Come da titolo, si narrano qui le gesta dei gemelli Kray, Reginald e Ronald, i leader della più potente organizzazione criminale dell'East End di Londra negli anni '50 e '60. Apprezzati soprattutto per la loro gestione di svariati locali notturni, frequentati anche da parlamentari, uomini d’affari e note personalità dello spettacolo (si narra del loro rapporto con Frank Sinatra che si esibì più di una volta da quelle parti), i due fratelli divennero parecchio celebri, all'epoca, tanto da essere fotografati da David Bailey e intervistati dalla BBC (se ti interessa la loro storia, Il Post ne parla QUI).


Il problema è che mentre Reggie cercava di costruire un impero cercando di lasciare meno cadaveri possibile lungo la strada, Ronnie, a cui venne poi diagnosticata una schizofrenia paranoide, era assolutamente imprevedibile e più volte compromise gli "affari" di famiglia con alcuni gesti sconsiderati e improvvisi colpi di testa.

Il bello di questo film, in ogni caso, è che ad interpretare il doppio ruolo dei gemelli Kray è un solo attore, Tom Hardy, che per l'occasione sforna un'altra ottima prova mettendo in mostra tutta la sua ecletticità (che tra Bronson e The Dark Knight Rises, sta diventando un vero esperto nella definizione di personaggi sociopatici dentro e fuori le mura di una prigione).
Una solida performance dell'attore, insomma, che riesce a mettere a segno l'ennesima, riuscita interpretazione.

Il resto del cast all'opera vede anche la giovane Emily Browning nelle vesti della moglie di Reggie, un incanutito Christopher Ecclestone in quelle di un ostinato detective di Scotland Yard, il grande Chazz Palminteri in quelle di un mafioso italoamericano in visita a Londra e l'irriconoscibile Paul Bettany nel ruolo (misteriosamente non accreditato, seppur breve) del leader della gang rivale a quella dei Kray.



Legend in realtà non riesce a raccontare poi troppo dell'ascesa al potere dei gemelli, riprendendo tutta la storia dall'insolito punto di vista della moglie di Reggie. Decisione forse discutibile in quanto poco, se non pochissimo, emerge dell'imponente background inglese di quegli anni o degli effettivi atti criminosi dei protagonisti della vicenda, se non in un paio di scene appena.

Tutto è lasciato insomma allo sguardo magnetico di Tom Hardy che con la sua sola elegante presenza, che per questa parte ha ricevuto una candidatura ai premi Oscar come miglior attore protagonista, riesce a riempire le pagine di un intero script qui e lì macchiato da qualche momento piatto (e non aiuta il fatto che la pellicola vada al di là delle due ore).

Da vedere anche solo per questo, insomma.

P.S.: Un "più" sul registro va anche ad una meravigliosa colonna sonora che, tra le altre, raccoglie le performance di Booker T. & M.G.'s, The Meters, la Starsound Orchestra, Santo & Johnny e Martha Reeves & The Vandellas.
Un "meno" grosso come una casa va invece al doppiaggio italiano che per l'ennesima volta (la tredicesima, addirittura) affida la voce di Hardy ad un nuovo doppiatore (Giorgio Borghetti, in questo caso, che non sembra troppo a suo agio nella parte).





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